IL DIO PAN E LA NINFA SIRINGA

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IL DIO PAN E LA NINFA SIRINGA

Messaggio  TRIVIALOZZO il Ven 21 Gen 2011, 15:07

Ciao a tutti dal Monte Olimpo!

Riecco qua la vostra Trivial-Pollon con una nuova storia d’amore sbocciata sulle falde di questo pazzo Monte dove abitano quei gran zuzzurelloni di Dii e Dee.

Oggi vi racconto la storia del satiro Pan e della ninfa Siringa, da cui nasce quello che voi chiamate flauto di Pan.
Non vi siete mai trovati in campagna, sulla cima di un monte, in una vasta pianura o al margine di un bosco nell’ora del mezzogiorno? (io no, ma va beh).
E’ un’ora solenne, silenziosa, pare che abbia in sé qualcosa si misterioso e di terribile. Non si sa perché, ma a considerarla bene mette dentro una specie di inquietudine, quasi un senso inesplicabile di angoscia. (Neanche fossimo nel castello di Dracula il vampiro…mamma mia).Il sole dal centro del cielo folgora la terra, che giace oppressa dalla forza e vastità della luce; le campagne, coperte di stoppe e di lentischi, fumano come un immenso incensiere (e voi vi starete chiedendo se anche Trivial-Pollon non si è fumata qualcosa di strano mentre scrive); l’orizzonte lontano si vela di una caligine opalina; i monti si profilano nell’azzurro immenso; le foreste sembrano macchie di colore e gli alberi e gli arbusti non muovono fronde.

Gli uccelli cessano il loro canto; le serpi si nascondono nelle siepi (tranne quelle umane che spesso si nascondono nelle tette….da cui il detto avere una serpe in seno); gli armenti ruminano nell’ombra e persino gli insetti sembra che zittiscano il loro sibilo sommesso. I comignoli dei casolari non mandano più fumo; le acque scorrono tacite nei larghi gretti dei fiumi e le vie sono solitarie. Qualche volta sul loro nastro polveroso si levano dei mulinelli improvvisi che si dileguano nell’aria immota, come se un essere misterioso si fosse mosso in un bizzarro vortice di danza. (Va bene, prometto che cambierò pusher….)
In quell’ora pare che da un momento all’altro una voce minacciosa si debba levare dal silenzio delle rupi e delle foreste.

Ve lo siete immaginati il quadro? Bene bravi….

Gli antichi, che conoscevano il mistero della natura meglio di noi, conoscevano il senso di quest’ora solenne e la chiamavano l’ora di Pan. Ma chi caspiteringi era Pan?

Pan era il dio dei culmini lontani e delle solitudini terrestri. Egli viveva sugli alti gioghi dei monti dell’Arcadia, nascosto a tutti ma ovunque presente (era il prezzemolino dell’Olimpo). Non si faceva vedere perché era molto brutto (come la vostra Trivialozzo appena sveglia al mattino), e la sua vista metteva orrore non solo agli uomini, ma anche agli animali ed alle piante. La sua enorme testa ricciuta era adornata da due robustissime corna tortili come quelle dei montoni ; le sue orecchie erano aguzze; il suo naso rincagnato aveva narici aperte, avide e palpitanti. La sua bocca larga si apriva in un riso squillante, che faceva rintronare le foreste, ed aveva un’espressione beffarda.
Sul mento portava una barbetta, anch’essa riccioluta e coperta di bruscoli; il suo petto era largo e villoso, color del rame. Ma quelle che lo rendevano più strano e più orrendo erano le gambe: dalla cintola in giù Pan aveva la forma di un caprone, era ricoperto da pelo lungo e fulvo ed i suoi piedi, esili e piccoli, finivano in due zoccoli fessi come quelli delle capre. (insomma era ‘na schifezza…… viaggettino a Lourdes nooo???).Su quei piedi leggeri, Pan correva sulle rocce, balzava sui precipizi, entrava nelle foreste senza far rumore, appariva improvvisamente nei boschi, mettendo in fuga le Ninfe che danzavano sotto gli alberi.

Le Ninfe avevano di lui un sacro terrore, perché Pan era un dio beffardo e bizzarro. Quando riusciva ad afferrare una di quelle fanciulle, chiamava dalle macchie attorno uno stuolo di egipani (i piccoli fauni che lo seguivano nelle sue corse meridiane), faceva legare la Ninfa al tronco di un albero con tralci d’edera, e poi tutti insieme si mettevano a farle attorno una sarabanda infernale, ridendo, danzando e punzecchiandola fino al tramonto.Perciò le Ninfe temevano e fuggivano Pane e quando udivano stormire le frasche o squillare la sua risata in mezzo alle rupi, si nascondevano nelle scorze degli alberi o si tuffavano nelle acque dei laghi e dei fiumi. (In pratica quel che fanno da voi i commercianti quando vedono arrivare la Finanza).

Il dio Pan era molto triste, perché era sempre solo. Data la sua orrenda bruttezza, nessuna Ninfa aveva mai voluto sposarlo (e te credo!) ed egli viveva sulle cime dei monti con le aquile, le serpi e gli animali selvatici.

La sua unica compagnia era la musica. Quando il sole era alto nel cielo, Pan strappava ad un pino due ramoscelli, si foggiava con quelli una corona che intrecciava fra le corna e le orecchie, poi pigliava un filo d’erba, un cosiddetto fusillo, se lo portava alla bocca e soffiandovi sopra emetteva un suono dolcissimo, che si spandeva per la montagna come una musica della terra.Ma quella eterna solitudine pesava a Pan ed egli si cercava una sposa fra le Ninfe che popolavano i boschi, i fiumi e le fontane.

Un giorno, mentre si trovava a passare nell’ora meridiana vicino al fiume Landone, scorse seduta sul margine una fanciulla che era fra la più bella fra quante avesse mai visto in quei paraggi. Era delicata ed esile come un virgulto; il suo viso era bianco come la spuma; una bella chioma di un denso azzurro le copriva le spalle (chioma azzurra??? E chi era, la Fata Turchina????)ed i suoi occhi erano come i fiordalisi nel grano.

Si chiamava Siringa ed era una figlia del fiume Landone. Come la vide, il divino cuore di Pan si mise a palpitare (mani due spugne, salivazione azzerata, occhi a cuoricino, secchiello raccogli-bavetta sotto il mento arf arf arf ) e dalla bocca, per la gioia, gli uscì una delle sue risate lunghe e squillanti che facevano risuonare il cielo e tremare le piante. La Ninfa l’udì e, piena di spavento, si tuffò nelle acque, sparendo in un vortice di spuma. Con gli occhi ancora pieni della sua bella immagine, Pan corse lungo l’argine fino al luogo ove quella si era tuffata. La cercò, la chiamò ad alta voce, si mise a fischiare con un filo d’erba una musica soave, ma le acque del fiume continuarono a scorrere e a mormorare silenziose e la bella Siringa non riapparve più…

Da quel giorno, Pan non potè più dimenticare la Ninfa, e non pensò ad altro se non al modo di sorprenderla quando ella usciva nel mezzogiorno a danzare con le sue sorelle nel bosco vicino. Dall’alto della montagna, dove aveva la sua dimora, Pan spiava la riva del Landone in attesa di vederla. E un giorno difatti la vide. Era l’ora meridiana. Attorno era un grande silenzio; tutto pareva assorto ed assopito nell’afa sonnolenta.

La Ninfa emerse dalle acque, bianca come un fiore di ninfea, si asciugò gli azzurri capelli e balzò sulla riva spiando la campagna. Tutto taceva a perdita d’occhio e dalla montagna lontana scendeva una musica che la Ninfa credette essere la voce di Pan.
Il dio era dunque lontano; ella poteva correre nel bosco e danzare sotto gli alberi con le sue sorelle. S’incamminò difatti, passando con i piedi leggeri sulle erbe fiorite e già entrava fra gli alberi del bosco, quando un fruscio appena percettibile la fece trasalire. Si volse ed emise un grido acutissimo: Pan l’aveva vista dalle alte cime e rapido come un astore era disceso per incontrarla.

Folle di terrore, la Ninfa si mise a correre verso il fiume, ma Pan la rincorse, la raggiunse e l’afferrò per la cinta proprio mentre quella aveva già immerso uno dei suoi bianchi piedini nelle acque (affogando i 2 kg di pulci attaccate e uccidendo la coltivazione di funghi prataioli che aveva fra un dito e l’altro). Allora la Ninfa, in preda al terrore, chiamò ad alta voce il fiume che riposava in una grotta vicino alla sorgente: “Padre mio, Landone, aiutami!”

Il vecchio fiume emerse con la gran testa stillante fuori dall’acque e levò nella calura la sua voce potente. In un attimo i piedi della Ninfa si abbarbicarono alla sponda con forti radici nodose, la sua vita si assottigliò in un fusto sottile e flessibile; le braccia che annaspavano nel vento si convertirono in foglie lunghe e fruscianti e la testa e la chioma si cangiarono in un lungo fiore biancastro a forma di bandiera.
La bella Siringa si era trasformata in un ciuffo di canne. Deluso, il divino Pan si sedette sull’argine. Nulla egli poteva contro il comando del dio fluviale… Per un pezzo rimase a lamentarsi al margine della corrente che mormorava minacciosa. Non sapeva distaccarsi dalla Ninfa diletta. Poi improvvisamente si mise a danzare come un folle, inebriato da un’amorosa idea.

La Ninfa bellissima gli sarebbe stata ugualmente compagnia nella sua solitudine. Prese un coltello che portava attaccato alla cintola, tagliò un paio di quelle canne, le divise in tanti pezzi di altezza degradante, le unì con fibre di lino spalmate di cera ancora intrisa di miele e si fabbricò un flauto a sette fori. Forgiato lo strumento melodioso se lo portò alla bocca e si mise a soffiarvi dentro tutta la passione del suo cuore. Un’indicibile armonia si sprigionò da quei sette fori e parve che tutta la terra e l’aria cantassero con lui. Ogni foro rendeva una nota diversa che il dio modulava in modo perfetto ed in quella musica si sentiva il canto degli uccelli, il mormorio delle acque, il frusciare delle fronde, il sapore del miele ed il profumo dei fiori.

Fu così’ che nacquero le sette note ed il flauto di Pan.

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La vita è come uno specchio, ti sorride se tu sorridi.
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